Autrice: Alicia Jover
Introduzione In questo articolo condivido uno sguardo che cerca di andare un passo oltre le strutture formali della metodologia LEGO® SERIOUS PLAY® (LSP). Oltre l’approccio tecnico, oltre i modelli che si costruiscono o le decisioni che si materializzano su un tavolo di lavoro. Si tratta di uno sguardo che cerca di esplorare il territorio invisibile: ciò che accade dentro le persone quando qualcosa emerge dagli strati più profondi, senza essere stato pianificato.
Ciò che mi commuove veramente come facilitatrice — e ciò che mi spinge a continuare a utilizzare questa metodologia — sono gli insight che emergono. Quei momenti in cui qualcuno, senza aspettarselo, vede se stesso in un altro modo. Parlo qui per esperienza, ma anche basandomi sui fondamenti. Perché c’è scienza dietro questa magia. Ma, soprattutto, c’è umanità.
Oltre la buona dinamica Da quando mi sono certificata, ho facilitato molte sessioni utilizzando la metodologia LEGO® SERIOUS PLAY®. E sì, è vero: tutte hanno ordine, ritmo, profondità. Le persone parlano più che mai. Le riunioni “funzionano”; ma c’è qualcosa di ancora più potente che accade — e che non sempre è visibile dall’esterno —: qualcuno costruisce un modello… e, a metà della sua spiegazione, si ferma. Guarda la figura. Rimane in silenzio. E poi dice:“Non sapevo di pensarlo finché non l’ho messo qui.”
Quel momento è un insight. Un cambiamento interno che riconfigura qualcosa di profondo. Ed è lì che, per me, risiede il vero potenziale del metodo. In quell’istante, il simbolico diventa visibile, l’invisibile viene nominato e l’emotivo viene legittimato. E sebbene non esistano risposte chiuse, ci sono aperture. Sentieri che prima non si vedevano.
Il paradosso del quotidiano: perché non ascoltiamo i nostri stessi insight Viviamo circondati dal rumore. Non solo rumore esterno — messaggi, social, urgenze, notifiche — ma anche rumore interno: giudizi, aspettative, liste interminabili di cose da fare. In questo contesto, il pensiero profondo diventa quasi un lusso.
Gli insight non competono con il rumore. Sono sottili. Non si impongono. Arrivano quando c’è spazio. Per questo, molte volte non li ascoltiamo: perché non diamo loro l’opportunità di sorgere. Ci abituiamo a vivere in modalità automatica. A risolvere senza chiederci il perché. A opinare senza indagare. Ad agire senza comprendere. E così, i veri movimenti interni rimangono sepolti sotto strati di funzionalità.
È qui che entra in gioco il potere di una metodologia come LEGO® SERIOUS PLAY®. Perché, obbligandoci a costruire, a fermarci, a pensare con le mani, ci toglie dal pilota automatico e ci porta in uno stato di connessione con ciò che conta davvero. Dove non si valorizza la rapidità, ma la connessione.
Cos’è un insight e perché è così importante nei processi umani? Un insight non è solo una nuova idea. È una rivelazione. Un pezzo che si incastra e che altera il modo in cui vediamo un problema, un ruolo, una relazione o persino noi stessi. Nel coaching e nell’accompagnamento, lo sappiamo bene: senza insight, non c’è trasformazione. Possiamo avere dati, opinioni, piani… ma se non c’è una vera presa di coscienza, tutto rimane in superficie.
La metodologia LEGO® SERIOUS PLAY® ha qualcosa di unico: permette che questo insight sorga senza essere forzato, senza essere spinto, senza essere diretto. Il modello dice qualcosa prima che la persona lo sappia. E questo non accade per caso, ma perché il metodo si basa su fondamenti solidi come: ● Il costruttivismo di Jean Piaget (1972). ● Il costruzionismo di Seymour Papert (1980). ● La cognizione incarnata (embodied cognition) di Antonio Damasio (1994, 1999) e Barbara Wilson (2002). ● L’uso di metafore come linguaggio del pensiero (Lakoff & Johnson, 1980). ● La riflessione nell’azione di Donald Schön (1983).
In sintesi: pensiamo con le mani. E quando costruiamo, attiviamo un’altra forma di sapere. La costruzione facilita una sana distanza emotiva, che permette di vedere ciò che è nostro dal di fuori, senza il peso del giudizio immediato.
Cosa fa sì che LSP faciliti questi momenti di chiarezza? Dalla mia pratica — e anche da ciò che la ricerca sostiene — esistono cinque chiavi che rendono LSP una metodologia generatrice di insight reali:
- Pensare con le mani: costruendo, si attiva un processo neurologico distinto che collega corpo, emozione e memoria. La mente si rilassa e si apre a nuove connessioni.
- Metafore personali: ogni persona proietta nel suo modello simboli unici, il che permette di leggere l’implicito e l’emotivo. La metafora è uno specchio che non giudica, riflette soltanto.
- Spazio sicuro strutturato: la cornice del workshop genera fiducia, ma con regole chiare che offrono contenimento. È uno spazio curato dove tutto ha un tempo e un luogo.
- Ascolto profondo tra pari: non ci sono gerarchie; tutti ascoltano con attenzione e senza interruzioni, il che amplifica la risonanza. L’ascolto senza agenda trasforma.
- Tempo decelerato, presenza ampliata: il ritmo pausato della metodologia favorisce l’introspezione e la connessione. Quando rallentiamo il ritmo, aumenta la qualità di ciò che emerge.
Due storie in cui l’insight ha cambiato la conversazione (e qualcos’altro)
🔹 La leadership che si sentiva sola Una direttrice costruì il suo modello di leadership: era una torre alta, con un’unica figura in cima. Durante la spiegazione, si fermò e, con la voce rotta, disse: “Sono io… da sola… a prendere tutte le decisioni.” Non fu necessario che nessuno sottolineasse nulla. Lei stessa, vedendo il suo modello, prese coscienza di qualcosa che sentiva da molto tempo, ma che non riusciva a esprimere. Quel giorno, si diede il permesso di condividerlo con il gruppo e riconobbe di aver bisogno di un nuovo modo di guidare. Uno in cui chiedere aiuto non fosse sinonimo di debolezza.
🔹 Il team che viveva intrappolato In un’associazione educativa senza scopo di lucro, i modelli si riempirono di muri, barriere, telecamere di sorveglianza, figure in tensione. Era come se, senza verbalizzarlo, tutti avessero tradotto la stessa cosa nelle loro costruzioni: il peso del normativo, la paura dell’errore, la sensazione di essere sotto scrutinio costante. Quando tutti i modelli furono sul tavolo, calò uno strano silenzio. Chiesi loro di osservare insieme, senza interpretare. Allora qualcuno — con una voce tra lo stupore e la rassegnazione — disse: “Siamo intrappolati in un sistema che ci soffoca e, senza rendercene conto, lo stiamo alimentando.” Quello fu l’insight. Non venne da un’analisi esterna, né da una critica, né da una direttiva. Venne dalla stessa evidenza collettiva. Nessuno rispose. Non fu necessario. Perché quando una verità si rivela in modo così nitido, ciò che conta è guardarla. Il semplice fatto di vederla insieme, di metterla fuori da se stessi, fu il primo passo per poterla trasformare. Da lì, iniziarono a immaginare altre forme di relazione, di struttura, di fiducia. Il cambiamento non fu immediato, ma il movimento era già iniziato.
Due storie diverse, un punto in comune: il cambiamento non è venuto da un comando esterno, ma da una scoperta propria che è diventata visibile costruendo.
Il ruolo del facilitatore: presenza, non direzione, non giudizio Come facilitatrice, ho imparato a non cercare risposte. Il mio compito è sostenere lo spazio, accompagnare l’incertezza e avere fiducia che l’essenziale emergerà. Non sempre accade. Non può essere forzato. Ma quando accade… qualcosa cambia in chi lo vive. Per questo dico che non facilito workshop. Facilito incontri con il non detto. Il ruolo del facilitatore, come diceva Donald Schön (1983), non è quello dell’esperto che istruisce, ma quello del professionista riflessivo che sostiene il processo di pensiero mentre questo accade.
E c’è qualcosa di cruciale in questo punto: quando sorge un insight, esso è sacro. È un momento intimo, potente, delicato. Come facilitatori, dobbiamo resistere alla tentazione di interpretarlo, dirigerlo o tradurlo. Non dobbiamo riempirlo con parole né con contenuto aggiuntivo. Perché l’insight ha bisogno di spazio. Ha bisogno di essere sostenuto, non analizzato. Accompagnato, non corretto.
Ho imparato che, molte volte, il più grande atto di rispetto è rimanere in silenzio. Dare all’altro la possibilità di integrare ciò che ha appena scoperto. Confidare che quella verità emersa troverà il suo posto. Che non tutto ha bisogno di essere spiegato ad alta voce per essere profondamente compreso. A volte, un facilitatore interrompe senza volerlo questo momento rivelatore con una domanda, una chiusura, una conclusione. E, sebbene lo faccia con buone intenzioni, può spegnere la scintilla che stava per accendere qualcosa di più profondo. Per questo, quando sorge un insight, la cosa più coraggiosa è rimanere presenti… e in silenzio. Perché in quel silenzio, l’essenziale trova il suo posto. La vera conoscenza non sempre viene dal linguaggio verbale, ma da quell’istante corporeo e simbolico in cui qualcosa fa clic, e la persona si riconosce.
Fondamenta teoriche (senza perdere la magia) Sebbene parli per esperienza, non posso tralasciare gli autori che sostengono ciò che viviamo nelle sessioni. Perché dietro ogni momento trasformativo esiste un’architettura teorica che conferisce legittimità, contesto e profondità a ciò che emerge. Questi autori e le loro idee non solo ispirano la metodologia, ma spiegano perché, quando una persona costruisce con le mani, si aprono sentieri di pensiero che prima erano chiusi. Ci aiutano a comprendere perché il corpo pensa, perché la metafora organizza, perché l’emozione sostiene e perché il silenzio facilita. In sintesi, ci permettono di tradurre l’invisibile in qualcosa di comprensibile, senza togliergli il mistero. Sono teorie, sì. Ma sono anche porte di accesso a una forma più saggia di accompagnare ciò che emerge.
● Jean Piaget (1972) – costruttivismo e l’apprendimento come costruzione attiva. ● Seymour Papert (1980) – costruzionismo: imparare facendo, con senso. ● Antonio Damasio (1994, 1999) – l’emozione e il corpo come base del pensiero cosciente. ● George Lakoff & Mark Johnson (1980) – metafore come strutture del pensiero. ● Donald Schön (1983) – riflessione nell’azione come base della professionalità. ● Barbara Wilson (2002) – cognizione incarnata: la conoscenza è nell’esperienza fisica.
Tutte queste correnti si intrecciano e danno sostegno a una metodologia che non è solo efficace, ma anche profondamente umana. Non è un caso che molte persone ricordino una sessione di LSP molto tempo dopo averla vissuta. Qualcosa rimane. Qualcosa si riorganizza. Qualcosa cambia il modo di osservare.
Conclusione: non ogni insight cambia una vita, ma alcuni sì La metodologia LEGO® SERIOUS PLAY® mi ha insegnato a rispettare ciò che emerge. A fidarmi di ciò che non si vede. E a creare spazi in cui le persone possano vedere se stesse senza paura. Perché una riunione può essere efficiente. Ma un insight… può essere indimenticabile.
Forse il più grande dono di questa metodologia non sta in ciò che risolve, ma in ciò che rivela. Perché l’insight, quando è genuino, è più di un’idea: è una trasformazione interna che non ha bisogno di spiegazioni per essere sentita come reale. È un nuovo sguardo su una vecchia realtà. Una chiave che apre una porta di cui non conoscevamo nemmeno l’esistenza.
E sebbene non tutti gli insight cambino una vita, alcuni lo fanno. A volte, basta una frase detta a bassa voce. Una figura che prende forma. Un’emozione che viene nominata per la prima volta. In quell’istante, qualcosa si riorganizza. E da lì, tutto il resto inizia a cambiare. Il potere di LSP sta nel permettere che questo accada senza interferenze. Senza forzare. Senza adornare. Semplicemente facilitando che l’essenziale si manifesti.
E questa evoluzione inizia quando impariamo a fare silenzio, a toccare ciò che pensiamo, a onorare ciò che sentiamo e a permettere che la verità — la nostra verità — abbia forma, spazio e voce. Perché quando qualcuno si riconosce da un altro luogo, non torna più ad essere la stessa persona. E questo, forse, è il più grande atto di leadership: sostenere lo spazio affinché altri si scoprano.
Riferimenti: Damasio, A. R. (1999). The Feeling of What Happens: Body and Emotion in the Making of Consciousness. Harcourt Brace. Lakoff, G., & Johnson, M. (1980). Metaphors We Live By. University of Chicago Press. Schön, D. A. (1983). The Reflective Practitioner: How Professionals Think in Action. Basic Books.